Amicizia

Ma perché accettate che gli amori finiscano mentre pensate che le amicizie debbano essere per sempre? Anche l’amicizia ha le sue “ragioni” anzi ne ha di più dell’amore che a volte è folle. Quelle ragioni si possono esaurire: saper rinnovare le amicizie quando si esauriscono è un segno di vitalità. Ma voi tenete la piantina sul davanzale anche quando è marcia?

tratto da http://forum.corriere.it/supplemento-singolo/

Vicine di casa

La vita che fa la mia vicina di casa mi lascia perplessa e mi fa riflettere. Se penso che una donna nel 2013 si riduca così, mi viene da pensare che l’emancipazione femminile in Italia non c’è mai stata. Non lavora, ha fatto due figli nel giro di tre anni. Passa tutta la sua giornata in casa con i figli. La sua esistenza gira intorno a loro, non c’è molto altro. Le sue due uscite giornaliere sono per portare i figli fuori a prendere l’ora d’aria. Quindi farsi un giro fuori equivale a girare per la città spingendo un passeggino. Roba da chiodi. I bambini gnolano più o meno per tutta la giornata, la sua principale interazione umana giornaliera è con loro. Il cervello si accende solo per funzionare in risposta ai lattanti. Mi chiedo come una donna si possa ridurre così, cioè potevo capirlo cento anni fa quando le donne erano praticamente delle schiave, ma dopo tutto quello che è stato fatto e conquistato grazie ad alcune donne illuminate, mi chiedo ancora come un’italiana possa vivere così. Eppure ce ne sono. Ma c’è stata l’emancipazione femminile in italiana? Visto le statistiche italiane sull’occupazione femminile (46%!) direi proprio di no. Le donne italiane non si evolvono, non ce la fanno. Il modello rimane quello del passato e viene riprodotto nelle generazione future. Così non ci può essere cambiamento.

Disoccupazione

Oggi vi segnalo il link di questo bell’articolo sulla disoccupazione, proviene dal sito Blog Therapy del Dott. Secci che contiene sempre articoli molto interessanti: http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2014/01/17/disoccupazione-i-vissuti-emotivi-le-conseguenze-psicologiche/

Da oltre vent’anni l’Italia subisce la decrescita economica e osserva il crollo verticale del mercato del lavoro come un dato numerico, un fatto di conti e di curve statistiche, e lo affronta come tale. Tasse, bolli, balzelli, contorsioni fiscali sono serviti a compensare nei limiti del possibile i libri contabili nazionali ma non hanno inciso positivamente sulla realtà occupazionale del Paese e restano inerti nell’aggravarsi della crisi psicologica incipiente.
Oggi, i tassi di inoccupazione e disoccupazione sono la misura di una febbre sociale che tocca il parossismo nelle ormai quotidiane notizie di suicidi e di tentati suicidi e in atti di protesta estremi spesso attribuiti dalla cronaca a depressione o a un grave disagio personale degli individui coinvolti.

La disoccupazione come emergenza sanitaria. Al momento, pochi sembrano occuparsi con consapevolezza politica del fatto che la disoccupazione, prima ancora che essere un problema di conti pubblici, rappresenti un’emergenza sanitaria a breve, medio e lungo termine capace di travolgere e di sfigurare irrimediabilmente il futuro del Paese. Per la sociologia e la psicologia sociale, esistono correlazione significative tra l’inoccupazione, il lavoro precario e la disoccupazione a seguito della perdita del lavoro e l’incidenza di ansia, depressione, attacchi di panico, condotte devianti e auto-distruttive, abuso di sostanze, disturbi nella sfera affettiva e relazionale. E la risposta più sbagliata di un Paese dove il lavoro manca sarebbe medicalizzare i cittadini più sofferenti, imbottirli di farmaci o di “sussidi” speciali. Non solo sbagliata, sarebbe la risposta più disfunzionale: una persona che vive il dramma della disoccupazione non ha “solo” un problema oggettivo di soldi, vive soprattutto un vuoto, una lacerazione nella propria identità di cittadino e di essere umano.

Una ferita nell’identità. Chi non riesce a trovare una prima occupazione o chi perde un lavoro deve affrontare nodi e questioni di natura esistenziale su cui grava, ineluttabilmente, l’incapacità economica in cui si trova costretto. E’ infatti straniante vivere in una società istituzionalmente fondata sul lavoro ma praticamente basata sul consumo quando non si ha, o si è persa, un’identità professionale. Le persone inoccupate o disoccupate rischiano l’alienazione fatta di sentimenti di inadeguatezza, di colpa, di inutilità che possono combinarsi pericolosamente in quei vissuti di sconfitta e di rassegnazione che sconfinano nel campo clinico delle sindromi depressive.
Non solo, é stata da più parti sottolineata la correlazione tra inoccupazione, disoccupazione e abuso di sostanze, instabilità affettiva e disfunzioni nell’ambito della sessualità. Dati che dipingono uno scenario umano ben lontano dalle disamine sullo spread e dalle questioni politicheggianti di cui trabordano i massmedia.

Quattro vissuti emotivi. Vergogna, senso di colpa, solitudine e sentimenti di rivalsa e vendetta, sono i vissuti dolorosi di chi non trova una prima occupazione e di chi la perde.

  • Vergogna, perché la mancanza di un lavoro é percepita in molti casi come una mutilazione della personalità, un difetto che suggerisce inadeguatezza e diversità in relazione alle aspettative del mondo esterno.
  • Senso di colpa, perché a fronte di un sistema che promuove come valori la ricchezza e gli status-symbol, chi non ha un lavoro tende al ripiegamento su di sé e a ritenersi colpevolmente inadatto, senza un posto nella società, e a rimuginare pericolosamente sui propri “errori”.
  • Solitudine, perché i luoghi di lavoro rappresentano, superata la soglia dei 25-30, occasioni di interazione costanti e strutturare tra coetanei, dove é possibile proseguire e perfezionare l’identità adulta. Senza un’opportunità lavorativa, viene meno anche la possibilità di costruire nuove relazioni d’amicizia.
  • Rabbia, rivalsa e vendetta perché, dopo mesi o anni di disoccupazione, subentra, insieme alla rassegnazione, il risentimento per l’indifferenza delle istituzioni e l’amarezza del sentirsi disconosciuti, esclusi, ripudiati da un sistema in cui altri riescono nel frattempo ad integrarsi.

Questi vissuti raggiungono l’apice nella schiera degli “inattivi”, composta da coloro che si sono licenziati dal “lavoro di cercare lavoro” vinti dall’oggettiva carenza dell’offerta occupazionale e sconfitti dalla rassegnazione che li ha portati a perdere ogni speranza di inserimento nel tessuto produttivo. La condizione degli inoccupati e disoccupati inattivi è ,da un punto di vista psicologico, quella di fragilità maggiore e potenzialmente patologizzante, perché attraverso la rinuncia al lavoro, esprime uno stato di perdita di speranza e di fiducia in se stessi, negli altri, nella società e nel futuro, e la perdita della speranza è uno dei sintomi più persistenti e spaventosi della malattia depressiva.

 

Tomorrow comes today

Qualche mese fa mentre bevevo una birra allo Scruffy Murphy’s con mio padre ed alcuni amici, ci è venuta questa idea. Un tempo c’era il servizio militare obbligatorio, adesso nel 2013 dovremmo mettere “6 mesi obbligatori da passare fuori dall’Italia”. Ti svegli, conosci culture diverse, apri la tua mente a nuovi e diversi orizzonti, impari un’altra lingua, vivi da solo senza che nessuno ti corra dietro (da pagare l’affitto, fare la spesa, lavarti i panni, uscire e cercarti un lavoro). Queste sono cose “naturali” per chi vive da solo, ma se sei a casa con i tuoi, tutti questi sbatti non ci sono. Vivi in una cupola, vivi con un filtro. Ecco ho trovato la parola: quando esci di casa per vivere da solo, cominci a vivere Senza Filtro. Problemi e soluzioni ti arrivano dritti come fulmini a ciel sereno, e solo una persona può risolvere, indovina chi è ? Tu. Problemi, soluzioni, ma anche successi e gratitudine al 100% tutti tuoi.

Tratto da: http://www.faberblog.com/?paged=7

Mi sono imbattuta per caso in questo blog, molto bello, di un ragazzo italiano di 24 anni emigrato in Australia dove fa la guida turistica ad Uluru. Fa piacere leggere queste riflessioni, quanto fa maturare un’esperienza all’estero! Bravo!

Finalmente sempre più giovani italiani stanno facendo questo tipo di esperienza, la crisi li ha buttati giù dal letto e li ha fatti muovere. Era ora. L’Italia è un Paese con una mentalità iper-provinciale, fare qualche anno all’estero apre la mente, fa scorgere altri punti di vista, altre prospettive. Sono d’accordo con il blogger, 6 mesi all’estero devono essere obbligatori come il militare.

Vi segnalo qui sotto due blog che seguo di ragazzi che hanno vissuto periodi all’estero, io seguo gli “australiani” perché ho una passione per questo Paese:

http://australopiteko.wordpress.com/

http://cambiorotta.wordpress.com/

Mamme nevrotiche

Oggi mi sono imbattuta in questo articolo http://cpiub.com/2014/01/lavoro-vicino-ma-sono-lontano/ e non ho potuto fare a meno di commentare:

quante storie…i figli diventano appiccicosi e questuanti se i genitori non hanno equilibrio mentale. Generazioni di figli (tra cui i nostri genitori) sono cresciuti stando in cortile con gli altri bambini, con le mamme che avevano da fare in casa e non si sentivano certo in colpa per trascurarli, dovevano mandare avanti una casa e in molti casi lavoravano pure (contadine, sarte, ne conosco tante di nonne che si facevano un mazzo così). Sono veramente stufa di leggere questa roba da parte di mamme italiane, mi sembrano delle nevrotiche e basta. Questa nevrosi si riversa in un minuto sui figli che diventano impossibili. Createvi una vita che non sia centrata sui vostri figli, createvi un equilibrio vero come persone. Qualche giorno fa parlavo con una mamma di tre figli che lavora insieme al marito per le ONG in Africa, vivono in Etiopia, Congo, i loro bambini spesso sono gli unici bianchi a scuola. Crescono sereni, giocando con qualunque cosa insieme agli altri bambini, imparano le lingue del luogo, non hanno una madre che pensa ogni cinque minuto oddio poverino si sente trascurato. Lasciate scorrere la vita, lasciate le vostre nevrosi!

Bisogni indotti

Si fa un gran parlare dei bisogni indotti, tutti questi oggetti superflui che compriamo perché ci hanno convinto subdolamente che ci servono. Non so che vita fate voi, ma io tutta questa corsa agli oggetti superflui non l’ho mai fatta e mi sembra un po’ un luogo comune. Non saprei dirvi qual è l’ultimo oggetto che ho acquistato. Ieri ho comprato un libro. Cosa comprate di così superfluo? Io tranne il cibo e i libri non acquisto nient’altro di materiale. Acquisto però servizi non indispensabili ma che fanno bene alla mia anima, ecco un elenco:

– tennis: adoro questo sport, praticarlo mi costa un po’, non molto di più che un abbonamento in palestra

– viaggi: mi piace viaggiare, acquisto biglietti aerei, sistemazione, ecc. per circa un paio di volte all’anno, viaggio sia in Italia che all’estero

-un cinema, un concerto all’anno (non incidono minimamente sul budget in queste quantità)

L’elenco è già finito, potrei aggiungere che in passato ho fatto un percorso di analisi, quello era un altro servizio, però non avrei davvero altro da aggiungere. Faccio una vita molto semplice e allo stesso tempo di alta qualità. Dove sono tutti questi acquisti superflui? Non ho nemmeno la macchina (la Volkswagen sta pensando di non vendere più auto in futuro ma di darne solo l’uso, ci stanno arrivando che tanti di noi non sentono nessun bisogno di avere il possesso dell’auto, non simboleggia proprio nulla).