Flessibilità made in Italy

Anni ad aspettare un contratto che ripaghi tutti i sacrifici, ma nel frattempo l’unica cosa che si ottiene è solo la perdita di entusiasmo, demoralizzazione e sfiducia, che giorno dopo giorno intaccano anche la sfera personale, portando l’individuo a perdere punti di riferimento, obiettivi e speranze. Come afferma il sociologo Richard Sennett, l’uomo oggi è caratterizzato da una flessibilità, che porta l’individuo a perdere il controllo della propria vita; la flessibilità conduce al disordine e non alla libertà e corrode la personalità dei dipendenti a causa di una mancata stabilità lavorativa. I lavoratori di oggi sono sempre in cammino, costretti ad inseguire i repentini e imprevedibili mutamenti economici, impossibilitati a reggere il ritmo degli incalzanti cambiamenti, angosciati dal futuro e dalla paura di non farcela, senza tempo da dedicare ai figli, senza modelli stabili da trasmettere, senza la possibilità di elaborare una narrazione, personale e lavorativa, che abbia uno sviluppo coerente e consenta loro di costruirsi un’identità passabilmente stabile.

Tratto da: http://www.sferapubblica.it/2013/04/08/ma-la-laurea-serve-il-lavoro/#.UslagPTuLVs

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4 pensieri su “Flessibilità made in Italy

  1. Concetti elementari e molto incisivi.
    L’accenno al discorso sulla narrazione (che sia della propria storia personale o lavorativa) mi interessa particolarmente: pur di poterne “tessere” una, di storia, pur di dare un senso a qualcosa di mio che fosse costruito con pazienza e non un ammasso di casuali tasselli che non servono a nessuno, ho seguito fedelmente una strada che in fin dei conti non era adatta a me.
    E’ la vicenda di tanti, e dice della grande sete di coerenza e stabilità che abbiamo.
    C’era una volta la flessibilità, che è tipica dei materiali (anche umani, o aziendali) che dopo una torsione tornano alla forma originaria. C’era. Adesso c’è un ammasso di schegge impazzite che non hanno direzione nè meta.

    • Già, è la storia di tanti e non viene rappresentata da nessuno in questo momento. Si parla della precarietà in modo molto banale nei mass-media, invece è qualcosa che colpisce duramente la vita delle persone, influisce pesantemente nella vita psichica dell’individuo. Un esempio molto banale e semplice: qualche giorno fa al bar una signora sui 50 anni ha iniziato a parlarmi raccontando che la prendevano solo con contratti a progetto, era disperata. Ce l’aveva con tutti, politici, società, esprimeva una rabbia da popolo dei forconi. Non so perché abbia voluto aprirsi con me in quel momento, mi rendo conto però che nessuno davvero riesce a comprendere cosa sia una vita dove cambi spesso lavoro (io ne ho cambiati nove), del disorientamento totale in cui ti trovi a vivere, del bisogno disperato di narrazione coerente di sé che non trova spazio.

  2. Ciao, complimenti per il blog, che sento molto vicino. Anche io sono precario e faccio le vostre stesse considerazioni. Assolutamente d’accordo con la necessità di trovare la propria strada e indirizzare la vita su qualcosa che ci sentiamo addosso. Trovando il proprio cammino, infatti, conosciamo noi stessi, che è fondamentale, altrimenti si vive una vita privata di ogni senso, aspirazione, sogno.

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