Disoccupazione

Oggi vi segnalo il link di questo bell’articolo sulla disoccupazione, proviene dal sito Blog Therapy del Dott. Secci che contiene sempre articoli molto interessanti: http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2014/01/17/disoccupazione-i-vissuti-emotivi-le-conseguenze-psicologiche/

Da oltre vent’anni l’Italia subisce la decrescita economica e osserva il crollo verticale del mercato del lavoro come un dato numerico, un fatto di conti e di curve statistiche, e lo affronta come tale. Tasse, bolli, balzelli, contorsioni fiscali sono serviti a compensare nei limiti del possibile i libri contabili nazionali ma non hanno inciso positivamente sulla realtà occupazionale del Paese e restano inerti nell’aggravarsi della crisi psicologica incipiente.
Oggi, i tassi di inoccupazione e disoccupazione sono la misura di una febbre sociale che tocca il parossismo nelle ormai quotidiane notizie di suicidi e di tentati suicidi e in atti di protesta estremi spesso attribuiti dalla cronaca a depressione o a un grave disagio personale degli individui coinvolti.

La disoccupazione come emergenza sanitaria. Al momento, pochi sembrano occuparsi con consapevolezza politica del fatto che la disoccupazione, prima ancora che essere un problema di conti pubblici, rappresenti un’emergenza sanitaria a breve, medio e lungo termine capace di travolgere e di sfigurare irrimediabilmente il futuro del Paese. Per la sociologia e la psicologia sociale, esistono correlazione significative tra l’inoccupazione, il lavoro precario e la disoccupazione a seguito della perdita del lavoro e l’incidenza di ansia, depressione, attacchi di panico, condotte devianti e auto-distruttive, abuso di sostanze, disturbi nella sfera affettiva e relazionale. E la risposta più sbagliata di un Paese dove il lavoro manca sarebbe medicalizzare i cittadini più sofferenti, imbottirli di farmaci o di “sussidi” speciali. Non solo sbagliata, sarebbe la risposta più disfunzionale: una persona che vive il dramma della disoccupazione non ha “solo” un problema oggettivo di soldi, vive soprattutto un vuoto, una lacerazione nella propria identità di cittadino e di essere umano.

Una ferita nell’identità. Chi non riesce a trovare una prima occupazione o chi perde un lavoro deve affrontare nodi e questioni di natura esistenziale su cui grava, ineluttabilmente, l’incapacità economica in cui si trova costretto. E’ infatti straniante vivere in una società istituzionalmente fondata sul lavoro ma praticamente basata sul consumo quando non si ha, o si è persa, un’identità professionale. Le persone inoccupate o disoccupate rischiano l’alienazione fatta di sentimenti di inadeguatezza, di colpa, di inutilità che possono combinarsi pericolosamente in quei vissuti di sconfitta e di rassegnazione che sconfinano nel campo clinico delle sindromi depressive.
Non solo, é stata da più parti sottolineata la correlazione tra inoccupazione, disoccupazione e abuso di sostanze, instabilità affettiva e disfunzioni nell’ambito della sessualità. Dati che dipingono uno scenario umano ben lontano dalle disamine sullo spread e dalle questioni politicheggianti di cui trabordano i massmedia.

Quattro vissuti emotivi. Vergogna, senso di colpa, solitudine e sentimenti di rivalsa e vendetta, sono i vissuti dolorosi di chi non trova una prima occupazione e di chi la perde.

  • Vergogna, perché la mancanza di un lavoro é percepita in molti casi come una mutilazione della personalità, un difetto che suggerisce inadeguatezza e diversità in relazione alle aspettative del mondo esterno.
  • Senso di colpa, perché a fronte di un sistema che promuove come valori la ricchezza e gli status-symbol, chi non ha un lavoro tende al ripiegamento su di sé e a ritenersi colpevolmente inadatto, senza un posto nella società, e a rimuginare pericolosamente sui propri “errori”.
  • Solitudine, perché i luoghi di lavoro rappresentano, superata la soglia dei 25-30, occasioni di interazione costanti e strutturare tra coetanei, dove é possibile proseguire e perfezionare l’identità adulta. Senza un’opportunità lavorativa, viene meno anche la possibilità di costruire nuove relazioni d’amicizia.
  • Rabbia, rivalsa e vendetta perché, dopo mesi o anni di disoccupazione, subentra, insieme alla rassegnazione, il risentimento per l’indifferenza delle istituzioni e l’amarezza del sentirsi disconosciuti, esclusi, ripudiati da un sistema in cui altri riescono nel frattempo ad integrarsi.

Questi vissuti raggiungono l’apice nella schiera degli “inattivi”, composta da coloro che si sono licenziati dal “lavoro di cercare lavoro” vinti dall’oggettiva carenza dell’offerta occupazionale e sconfitti dalla rassegnazione che li ha portati a perdere ogni speranza di inserimento nel tessuto produttivo. La condizione degli inoccupati e disoccupati inattivi è ,da un punto di vista psicologico, quella di fragilità maggiore e potenzialmente patologizzante, perché attraverso la rinuncia al lavoro, esprime uno stato di perdita di speranza e di fiducia in se stessi, negli altri, nella società e nel futuro, e la perdita della speranza è uno dei sintomi più persistenti e spaventosi della malattia depressiva.

 

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