I rimpianti

I rimpianti non solo sono inutili e poco risolutivi, ma spesso anche bugiardi perché danno senso e colore a fatti o persone che in realtà erano scialbe e poco attraenti. Se certe rose non sono state colte è stato perché in quei momenti della vita non erano abbastanza desiderabili. Solo dopo, a distanza e con il famoso senno del poi possono apparire splendide e perdute.

Gianna Schelotto, tratto da http://forum.corriere.it/questioni_damore/06-05-2014/vivere-tra-2501353.html

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Il successo si basa sull’impegno?

Condivido in pieno il commento che ha fatto questo ragazzo all’articolo seguente:

Come diventare ricchi: le 10 abitudini vincenti dei milionari

Riporto il commento originale che trovate nel link qui sopra:

Simone ha detto:

Qualche tempo fa ho letto un’intervista fatta a Jacob Burak, miliardario israeliano. Lui dice che tutte le persone che raggiungono il successo e diventano ricche, sentono il dovere di “giustificarsi” per il fatto di essere diventate ricche, e si auto-convincono quindi che il loro successo derivi da una loro abilitá segreta, un merito particolare, un’abitudine vincente che loro hanno e manca al resto del mondo (alzarsi presto al mattino, bere acqua tiepida, avere fede in Dio, lavarsi i denti con foglie di salvia,…). Lui dice che in realtá, per la legge dei grandi numeri, su decine di migliaia di persone brillanti e positive, ce ne saranno per forza un paio che avranno un successo strepitoso, una dozzina che diventeranno ricche, e una maggioranza che non uscirá mai dall’anonimato. Tra le centinaia di servizi di microblogging nati nel corso degli anni, uno solo è diventato Twitter, gli altri giacciono dimenticati nelle pieghe del web, o su server ormai spenti. Tra le migliaia che hanno abbandonato le universitá ivy league per inseguire i loro sogni imprenditoriali, alcuni sono diventati steve jobs, moltissimi altri sono finiti a friggere patatine da mcdonalds, nonostante le idee brillanti e le abitudini vincenti. A decidere il destino di ognuno, più delle abitudini, il quoziente fortuna – o meriti innominabili.

La mia esperienza personale: ho visto dei ventenni vincenti, agli occhi di tutti destinati ad altissimi e gloriosi traguardi, spegnersi nel nulla nel giro di dieci anni. Ragazzini tontoloni e stupidotti diventare piloti militari. Uomini con un piede nella tomba risorgere all’improvviso e ottenere successo e ricchezza a sessant’anni (quando gli altri pensano alla pensione). Grandi imprenditori costruire con costanza il loro sogno, per poi morire d’infarto in pizzeria. Ragazze con titoli accadeamici di prestigio finire nella depressione, e gatte morte svampite diventare top manager per essere state, inconsapevolmente, al posto giusto nel momento giusto. E moltissimi, che nonostante le belle speranze e la passione, passano la vita immersi in un “aurea mediocritas”. Ma forse sto divagando… 🙂

Norvegesi

“Una delle cose più belle dei norvegesi è il loro stile di vita rispettoso della natura e dell’umanità. Così come accettano le stagioni della natura sembrano accettare anche le fasi della vita: le donne quasi non si truccano, poche invecchiando si tingono  i capelli; sono persone molto sportive, ma non sono fissate con la celebre “prova costume”, non fanno dei drammi per qualche chilo di troppo, sia gli uomini che le donne. La gravidanza non è vissuta come un evento “eccezionale”, le donne continuano a lavorare col pancione, se il dottore lo permette. Non sembrano molto interessati all’abbigliamento: si vestono in modo semplice, monocromatico, lineare. L’idea della donna col tacco al lavoro è quasi fantascienza, qui i vestiti sono comodi e caldi e, arrivati in ufficio, molti si tolgono le scarpe e lavorano in ciabatte.”

Tratto da: http://norvegiani.wordpress.com/2014/03/10/tocca-a-voi-ricercatrice-a-oslo/

 

Prendersi un anno sabbatico

Penso che tutti dovrebbero concedersi uno o più anni sabbatici nel corso della loro vita. Nel mondo anglosassone è molto diffuso ed è proprio una buona abitudine. Spesso l’anno sabbatico viene preso tra la fine dell’università e l’ingresso nel mondo del lavoro, consente magari di viaggiare per il mondo e fare un’esperienza di formazione e di crescita. Conosco diverse persone che l’hanno fatto dopo la fine degli studi ed è stata un’ottima scelta. Permette di prendere un periodo di pausa, riorganizzarsi le idee e appunto esplorare il mondo.
Penso che siano ancora più utili gli anni sabbatici presi nel corso della propria vita. Io me ne sto prendendo uno adesso, dopo quasi dieci anni di lavoro dipendente. Non l’avevo preso dopo la laurea perché avevo trovato lavoro subito. A volte mi sono pentita di quella scelta perché desideravo fare un anno di vita all’estero e una volta “intruppata” nel lavoro dipendente non è stato più possibile, ma ricordo molto bene che dopo la laurea desideravo lavorare subito. Dieci anni dopo è arrivato finalmente il momento giusto per il gap year. Complice la fine del lavoro dipendente che facevo e l’apertura di una nuova pagina da scrivere.
Questo periodo mi serve anche per chiarire le idee. Chiarire le idee per me non significa passare tutto il tempo a pensarci su, fare liste di pro e contro, scrivere e pianificare, ma lasciare maturare le decisioni dentro di sé, nel silenzio possibilmente. Le cose che desideriamo fare vengono fuori dal cuore spontaneamente, ci appartengono già. Scriverò un post su questo argomento, merita una discussione a parte.
Torniamo all’anno sabbatico, ho fatto un po’ di ricerche e ho letto le storie di diverse persone che hanno mollato il lavoro o che hanno preso un’aspettativa dal lavoro per prendersi questo periodo di pausa salutare. Ripeto, nei paesi anglosassoni fa parte della normalità della vita. Trovo che l’ideale sia farlo tra un passaggio di vita e l’altro, ad esempio tra un lavoro e l’altro come mi è capitato. Si chiude un capitolo della vita, se ne apre uno nuovo, in quella terra di mezzo l’anno sabbatico è l’anno della semina che bisogna prendersi per sé.
Non è necessario andare in giro per il mondo, io ho viaggiato molto in questi anni e non sentivo la necessità di partire per viaggi di esplorazione. Forse andrò via per un breve periodo di aggiornamento per il lavoro che andrò a fare dopo, ma il mio anno sabbatico me lo sto godendo a casa da puro downshifter 🙂
Vivere la propria giornata senza orari prestabiliti, scegliendo l’ora migliore per ogni cosa, ad esempio fare la spesa durante la settimana negli orari meno affollati è impagabile. Rallentare i ritmi, fare le cose che piacciono con le persone che piacciono. Desideravo imparare le tecniche di disegno e pittura da anni, finalmente ho tempo per farlo e lo sto facendo, mi riesce anche piuttosto bene e soprattutto mi dà soddisfazione. Ci si gode tutte le cose della vita esattamente come le descrive Simone Perotti nel suo blog di downshifter, è un momento di reset interiore.

Frequentare poco gli altri

Ho scoperto che un vero toccasana per l’anima e per i pensieri è fare poca vita sociale. Frequentare gli altri in dose moderata. Fare vita sociale ci influenza moltissimo. Molti condizionamenti nascono proprio da chi frequentiamo al lavoro, a scuola, nei contesti in cui siamo immersi tutta la giornata. In questo anno sabbatico che mi sto prendendo ho iniziato a passare la giornata da sola, in compagnia della mia gatta, con la possibilità di fare cose che mi piacciono seguendo i miei ritmi. I pensieri sono diventati più lucidi e creativi e soprattutto lontani dai condizionamenti. Stare con gli altri spesso ci induce a sposare i luoghi comuni, ad aggregarci alle solite convinzioni che sono tutte prevedibili e scontate. 

Il ponte degli errori

Un viandante si imbatté in un grande fiume che gli tagliava la strada. Non poteva guadarlo a nuoto perché avrebbe rovinato i preziosi semi che voleva portare integri alla mèta, ma non si perse d’animo. Con pazienza segò il tronco di un albero e lo gettò in acqua per farne un ponte. Ma l’albero era troppo corto, e scivolò via lungo le correnti. Il viandante provò con un altro albero, un altro e un altro ancora, ogni volta con lo stesso deludente risultato.

Così cominciò a disperarsi per il fallimento del suo viaggio.
“Sono uno sciocco. Non è servito arrivare sino a qua, né tagliare gli alberi. Ho sbagliato tutto”, pensò.

Deciso a tornare su suoi passi, si addormentò sconsolato all’ombra dell’unico cespuglio rimasto. Ma prese a piovere forte.
“Sono sfortunato. Tutto va male. Come farò ora?”

Non gli rimase che correre lungo il fiume verso un bosco dove trovare riparo. Costeggiando la riva pensava a tutti i suoi errori con biasimo e con rassegnazione. Gli sembrò di vagare senza senso.
Ad un tratto, scoprì un passaggio nel letto del fiume.

A poche centinaia di metri dal luogo dei suoi inutili tentativi, i tronchi che aveva gettato, portati dalla corrente, si erano incastrati tra le rocce che spuntavano a pelo d’acqua e avevano formato un ponte.

Volere è potere (ma quando mai)

Nel gruppo di Linkedin “Il Mercato del Lavoro Italiano” è stata posta la seguente domanda:

DOMANDA: Il successo e il fallimento dipendono totalmente da noi stessi o ci sono fattori che non possiamo controllare? Voi che ne pensate?

Questo è quello che penso io:

Ci sono fattori che non possiamo controllare, direi la maggior parte dei fattori sono fuori dal nostro controllo. Va molto di moda il “volere è potere”, ma non è così. Io parto sempre dall’analisi del contesto in cui una persona vive, a partire dal paese in cui vive. Probabilmente il “volere è potere” è molto più probabile se vivi negli Stati Uniti, piuttosto che in Italia, infatti la maggior parte dei “motivatori” arriva da lì. E’ una cultura diversa e soprattutto è un paese con opportunità diverse, capisco perché in quel contesto funzionano bene i motivatori e la positive psychology (sono coerenti con quella cultura). In Italia la situazione è completamente diversa, ho visto persone molto in gamba “fallire”, il fallimento non è ascrivibile a loro (almeno non totalmente), ma alle condizioni oggettive in cui si sono trovati.